Se Rivoltella fosse

Se Jimmy Rivoltella fosse un cane, sarebbe un cane nero di mezza taglia, poco attratto dagli umani ma fedele al padrone, che seppellisce l’osso appena ricevuto per averne uno nuovo quanto prima.
Se fosse uno scrittore, oscillerebbe tra la malinconica coscienza del brutto di Hemingway e l’entusiasmo ingenuo e fastidioso di Keoruac.
Se fosse un utensile, sarebbe uno di quelli che si trovano dai rigattieri, e non si sa nemmeno più per cosa servisse: con buona probabilità, un macinacaffè.
Se fosse un film, sarebbe neorealismo italiano misto al divismo del cinema statunitense degli anni 40: qualcosa che colpisce allo stomaco e resta impressa nell’immaginario, anche se non ricordi il nome dell’opera, quello dell’artista è indelebile.
Se fosse un’automobile, sarebbe una Ritmo color blu che sferraglia lungo le strade di una periferia. In cerca di cose che gli altri non vogliono guardare, per raccoglierle e incorniciarle.
Se fosse un tic, sarebbe uno scatto nelle rughe della fronte che tradisce che sì, qualcosa va avanti, anche in quella che sembra distrazione, perché il suo mestiere è nel vivere, più che nel creare.
Se fosse un amico, avrebbe un sorriso aperto e gli occhi comunque altrove.
Se fosse un pittore, sarebbe vicino a quelle tinte nette, senza troppi ripensamenti, della nostalgia di Gauguin o della solitudine di Modigliani.
Se fosse un inventore, sarebbe uno a cui hanno soffiato l’idea.
Ma è Jimmy Rivoltella, e nessuna delle parole fin qui scelte esprime più di un millesimo del suo intento artistico.
Specialmente se è vero che l’arte, a farsi portatrice di messaggio, smette di essere tale.

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